Le verità che ricordavo

Scritto da Fabrizio Lagani on . Postato in Blog Decadenza

Luci soffuse e volti seminascosti dal buio artificiale, uno dei soliti ristoranti ma colorato diversamente e con una musica "familiare" di sottofondo. Dalla canzone napoletana ai classici americani anni '60 (i am the great pretender, e giù di lì), mi torna alla mente quando, adolescente, accompagnavo mia mamma a fare la spesa nel più grosso dei supermercati che ricordo, mi torna alla mente la musica di quei viaggi, l'adesivo sbiadito sulla cassetta senza custodia e una scritta in stampatello: "forever and ever".

Di fronte a me c'è un tavolo leggermente inclinato rispetto al mio asse, tanto che sembra quasi che io ne sia involontariamente a capotavola, due persone grasse ma eleganti e dall'aspetto vissuto conversano animatamente di lavoro e di soldi. Lo intuisco perchè, mentre parlano dei loro affari, hanno quella tipica espressione di approssimativa e disinteressata sufficienza. Non li conosco, non li ho mai incontrati e, con buona probabilità, non li incontrerò mai ma, se dovesse accadere il contrario, sono certo che non mi fiderei di loro.
Poco dietro il loro tavolo ci sono tre donne e un uomo, lui è imbarazzato mentre le ragazze sembrano totalmente a loro agio, ostentando una spavalderia tipicamente femminista (metti 2 o più donne assieme e avrai un circolo ricreativo, dice un vecchio proverbio maschilista). Intuisco che festeggiano un compleanno dalle buste che, a turno, gli consegnano, su una di queste leggo "INTIMISSIMI", e già assaporo il viso dell'uomo. "Grazie per questi regali di merda" è l'unica cosa che quel volto trasmette, ma sono l'unico ad accorgersene, per fortuna.
Nell'angolo sinistro c'è un uomo, un ragazzo e una ragazza. Da quel poco che mi arriva percepisco che hanno un accento napoletano ma si evince chiaramente che hanno modi poco raffinati e immotivatamente spocchiosi. Il ragazzo è vestito in maniera "sportiva" ma incredibilmente vetusa; l'uomo, che dai lineamenti è chiaramente il padre della ragazza, indossa una camicia chiara, color panna con piccole righe beige, ha i capelli bianchi leggermente lunghi e uno spaventosissimo codino bianco, come nei migliori episodi della piovra; la ragazza è bellissima, ha tratti mediterranei, una naso leggermente irregolare, la pelle abbronzata, perfettamente intonata con una camicetta bianca leggermente aperta, e sembra Jennifer Lopez. Se fosse una pubblicità mi avvicinerei spavaldo e le sussurrerei "vuoi fuggire con me", siccome è la realtà mi limito ad uccidere ogni velleità con un altro sorso di vino. Ordinano un pranzo pesantissimo e mi fanno sentire piccolo piccolo, con la mia insalata e il mio petto di pollo scottato alla piastra.
Alla mia destra e alla mia sinistra ci sono due coppie. Una sembra piuttosto divertita, ma lo sarei anch'io parlando di traghetti e di vacanze in sardegna; l'altra è una "non-coppia", immobile, sorda, col futuro che è già presente, senza stimoli, senza vita.
Chiedo caffè e conto, la mia pausa per il pranzo è finita. Il vino altera notevolmente le mie capacità sensoriali, la prossima volta "dell'acqua, grazie. Si, frizzante".

Oltre ad aver passato una piacevolissima domenica di sole con me, oltre ad aver letto il diario e ad averne fatto una delle più autorevoli e spietate recensioni, Chicca mi ha suggerito di fermarmi appena sento che accenna ad interrompersi il flusso diretto tra lo spirito, la mente, e le dita. Le rendo omaggio seguendo il suo prezioso consiglio.

"Ho quello che non ho avuto mai, e mi appartiene il folle pensiero di eliminarmi. Qui il cielo è verde e nero e pure io respiro gelo e cielo, poi muoio anch'io, entrando in te..."