Le note del silenzio sono più di 7

Scritto da Fabrizio Lagani on . Postato in Blog Decadenza

"Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire...", se un giorno dovessi dare seguito ai miei adolescenziali propositi suicidi lo farei con uno scritto di poche righe, sintetiche promesse di redenzione, perdoni e condanne, saluti definitivi e questa frase, che vorrei fosse interpretata, una volta dipartito, con la stessa cadenza utilizzata da Nexus, nel film Blade Runner.

Non ho motivi specifici, perchè non mi sono mai trovato a vedere nulla di particolarmente straordinario, o fuori dal comune, nel corso della mia vita, ma ne apprezzo le sue straordinarie capacità evocative e comunicative: fantasia perfetta, illimitata, che si spegne in un istante, che si DEVE spegnere in un istante.

Questa giornata, la terza per la prima volta da solo in una casa non-di-altri, affonda la sua stanchezza nelle braccia del rassicurante silenzio del vespro estivo e, così facendo, mi trasferisce una parte della sua serenità, aumentando le capacità olfattive del cuore: oltre ogni immagine un significato, oltre ogni apparenza una sensualità.
Cosmos e Taxis, Nomos e Thesis.
Pochi giorni e sarò ufficialmente in ferie, quelle lunghe, quelle "Vere", per la seconda volta nella mia vita. Sarei dovuto andato a Parigi, ma alcuni recenti e delicati avvenimenti hanno inciso troppo negativamente sulla mia emotività. Tutto annullato, dunque, e poco da rifare. Ho uno spirito diverso rispetto all'anno scorso, me ne sono reso conto anche leggendo quello che scrivevo, uno spirito che nemmeno io riesco a spiegarmi. Nessun desiderio dedicato, solo irresponsabili puntualizzazioni mentali e contraddittorie eccitazioni "non vedo l'ora di partire per riposarmi", "vorrei lavorare di più", "mi amo", "mi odio". Quello che mi accade non solo non serve a fare chiarezza ma rende, addirittura, tutto metafisicamente complesso: la felicità ha una componente oggettiva o è pura empatia individuale? Vedere realizzate le proprie aspettative è un traguardo esclusivo e tipico o provoca orgasmi collettivi? Il fatto è questo: se partiamo dall'idea che tutto ha una componente oggettiva e una soggettiva arriviamo alla conclusione che anche la felicità non sfugga a questa grossolana dicotomia. Ecco dunque che il benessere individuale, inteso nelle sue più variegate complessità, non potrà essere mai completo, mai totale, mai perfetto. Le più grandi felicità soggettive, dunque, possono essere, oggettivamente, le più patetiche e le più scadenti. Posso non comprendere, giustamente, le singole (in)felicità intrinseche (e gli altri, ovviamente, non comprendere le mie), ma con semplicità posso catalogarle come "obbiettivamente" brutte. Ma anche quello che io considero oggettivo ha una componente metodologica soggettiva...

Fenomenologia della felicità: la felicità non esiste ma chi si ferma è perduto, chi ci prova è un creativo, chi non si è mai mosso è un fallito.

"E non si chiede se l'amore che non da si vestirebbe un giorno di fatalità. Lo stesso amore che non prende e che, vestito a lutto, a prenderlo verrà. Lo stesso amore che non prende che, bellissimo, a prenderlo verrà..."