Dovrebbe piovere di più

Scritto da Fabrizio Lagani on . Postato in Blog Decadenza

E' autunno, la stagione più contraddittoria e irrazionale dell'anno. Fa ancora molto caldo e per strada si vedono accostamenti raccapriccianti, gente ancora a maniche corte che saluta gente che ha già fatto il cambio di stagione e gira col cappotto, io che dormo con il pigiama e con il lenzuolo e Valeria che mi ha confessato di aver già tirato fuori il piumone. A Roma, oggi pomeriggio, c'erano 24 gradi. Il lato più buffo è che questa sorta di confusione d'abbigliamento si trasmette agli animi e, molto probabilmente, li rende più lunatici e confusionari. Mi piace etichettare questo periodo come superficiale e disordinato, è tutto così provvisorio che potrebbe distruggersi in un momento, è tutto così parziale questo equilibrio che ho già preparato il paracadute. Eppure si sopravvive, paradossalmente meglio che in altri e più apparentemente importanti periodi.

E' strano l'autunno. Dovrebbe piovere di più e più a lungo.

Sto riuscendo nell'intento di lasciarmi alle spalle tutti quei treni che non si fermano più nella mia stazione, e con grande difficoltà saluto, forse per sempre, i passeggeri diretti a destinazioni diverse dalle mie. Non sono esente da rimorsi e da rimpianti ma, con tutte le difficoltà del caso, sono deciso più che mai a guardare avanti. Ho il conforto della solidità di persone che non mi hanno mai abbandonato e lo stimolo di tante altre che si affacciano nelle mie giornate rendendole diverse e caratterizzandole. Posso sicuramente vantare un invidiabile abbassamento della soglia dei bisogni essenziali, sto discretamente bene e ho ancora qualche carta buona da giocare. D'altra parte non è ancora il mio turno e ho tutto il tempo di ponderare le scelte degli avversari e predisporre una tattica efficace e vittoriosa.

Venerdi ho tirato fuori una mia vecchia fissazione e l'avrei riposta via nuovamente se un altra Valeria non fosse tornata a ricordarmela, con un messaggio semi-ironico, la mattina seguente. Non sono esattamente quello che si definisce un appassionato di matematica (non so fare le divisioni con la virgola!) ma c'è un immagine che mi porto dietro dai tempi del liceo, una sorta di testimonianza che anche nella più arida delle forme artistiche e di ingegno umano c'è della poesia, dolcissima e immaginifica. Un concetto: quello del limite di x che tende ad infinito, filosofico e raffinato. Due cose che tendono ad avvicinarsi sempre di più ma non arriveranno mai a toccarsi, perchè questo è il loro ineluttabile destino. I matematici non sono in grado di accettare questa condizione, stressano la poesia e gli danno un valore calcolabile (dal punto di vista del finito). Si sforzano di trovare soluzioni ardite ma io so che, prima o poi, dovranno piegarsi tutti alla logica del non senso: avvicinarsi senza mai toccarsi, avvicinarsi per non toccarsi mai più.

Citazione finale da un album incantevole, il migliore di questo lunghissimo 2006.

"Credevi davvero che un giorno qualcosa ci avrebbe cambiato..
E non dici più niente che non scivoli via
mi basta pensarti lontana da qui
Per riuscire ad averti con me più vicina di sempre"

Riccardo Sinigallia