Cielo Grigio Pioggia

Scritto da Fabrizio Lagani on . Postato in Blog Decadenza

 
Sono uscito da pochi minuti e ho ancora nelle orecchie il rumore profondo del portone che si chiude alle mie spalle. Nemmeno il tempo di attraversare la strada che inizia a cadere una pioggia leggera, quasi impercettibile. L'avevo previsto ma ho deciso ugualmente di non portare l'ombrello, perchè il bar è vicino e nutro una sensibile e patologica gelosia nei confronti del mio parapioggia. Non mi piace lasciarlo provvisorio e instabile all'ingresso di locali affollati e, soprattutto, non mi piace infilarlo nel portaombrelli, dove farei fatica a riconoscerlo e dove subirei l'imbarazzo pubblico nel doverlo cercare, con il rischio di prendere quello sbagliato e dover giustificare il mio non essere ladro. Chi ha subito un furto d'ombrello passa le giornate di pioggia ad osservare gli ombrelli degli altri. E' una mia convinzione. 
 
L'Italia è un paese dove la stragrande maggioranza delle persone non ama fare le cose da sola. Roma ancora di più e la colazione è un momento obbligato di socialità caotica e senza dignita. Il bar, che è anche una pasticceria, è pieno zeppo di gente e c'è una confusione da girone dell'inferno. Avrei voluto sedermi e magari scambiare con un avventore occasionale il più superficiale dei punti di vista. Niente di tutto questo: non c'è nemmeno un tavolo libero e sono costretto a fare colazione tra braccia che si affannano a recuperare bustine di zucchero e scontrini tenuti tra 2 dita pronti ad essere strappati, mentre dietro di me incombono minacciosi gli individui che mi seguivano alla cassa, con i loro figli e i loro vecchi al seguito. Non ho nessuna arma per oppormi a tre generazioni al completo che si confrontano con l'esigenza primigenia del primo cibo della giornata. Mangio e bevo velocemente guardando in cagnesco soltanto le generazioni più vecchie perchè capisco i genitori, giustifico i figli ma non ho nessuna pietà per le persone anziane che fanno colazione al bar la domenica mattina. Dovrebbero essere altrove, magari a messa, magari a preparare il pranzo della domenica per le loro sciagurate discendenze. E invece sono lì, a rendere vano ogni tentativo di costruire un brandello di serenità domenicale. 
 
Lascio il bar e trovo ad aspettarmi la pioggia. Cammino lentamente e mi faccio commuovere dalle piccole gocce che cadono dal cielo. A casa reprimo l'igienico e patologico instinto di lavarmi subito i denti e mi concentro, dalla finestra del salotto, sul piombo del cielo. E' indifinito questo colore, come lo sono le sensazioni che mi attraversano, che rendono vago e approssimativo ogni tentativo di autogoverno emotivo.
Rifletto sulla parole di Francesca di ieri notte, sulla definizione di uomo "spezzato". Gli uomini spezzati - più o meno parafrasando Francesca - hanno il cuore che ad un certo punto si è sgretolato in una miriade di piccoli pezzi e trascorrono intervalli significativi della propria esistenza nel tentativo di recuperare tutti i frammenti e di rimetterli a posto, sfruttando il tempo, che dovrebbe funzionare da colla, e provando a modificare le abitudini, almeno quelle superficiali, per controbilanciare lo scarroccio dei moti d'orgoglio e d'amor proprio. 
In questo commovente e patetetico tentativo di restauro, gli uomini spezzati perdono contatto con il reale e si concentrano sul codificare le lancette del tempo attraverso la non fluidità dell'opportunità, comprimendosi sulle interpolazioni occasionali, decifrando la quotidianità attraverso il canovaccio di fotografie sfocate scattate con la polaroid. Apatici istanti non replicabili e talmente divergenti da rendere praticamente impossibile un'intuizione univoca.
 
Un cuore spezzato è un potentissimo generatore di caos emotivo, è il terrore stupefacente delle parole taciute, delle sensazioni fuori luogo, della minaccia dello scorrere troppo veloce degli anni migliori. E'ricacciare con tutte le forze la compressione dell'omologazione e, di contro, un'ambizione sfrenata alle suggestioni socialmente diffuse. L'affannarsi per trasferire dignità emozionale ai gesti più insignificanti nella perpetua ricerca di contatto: gli abbracci, le carezze, le parole sussurrate.  
Un'ostentata e a tratti perfino elegante maliconia generata dal terrore primordiale di perdere tutte quelle emozioni che inevitabilmente ci sopravviveranno.
Mi ricordo con matematica precisione l'ultima volta che ho provato un'emozione autentica. E' passato troppo tempo e mi sento ormai in diritto di celebrarne i ricordi con religiosa iconoclastia. Mai come in questi tempi gli Dei dell'Incompiuto mi sono stati favorevoli. La restaurazione è un atto di fede a cui sono incapace di sottrarmi. La ricerca incessante di risposte rivoluzionarie a domande che rimarranno sempre sbagliate.