Stile libero

Scritto da Fabrizio Lagani on . Postato in Blog Decadenza

I piedi sollevati e appoggiati sulla scrivania fino a fare male, il ventilatore a creare refigerio, lo sguardo vitreo e inespressivo concentrato sul nulla peggiore, una fame sconvolgente dettata dai rigori di un regime alimentare che non permette eccezioni (se non per lo jagermeister), lo stesso messaggio inviato e riletto un milione di volte. Questa è la fine della mia domenica di metà luglio.

Eppure la giornata è scivolata piacevole e leggera come una barchetta di carta su un fiumiciattolo di campagna. Mi sono svegliato con poche ore di sonno addosso ma con una buona dose di energia e con una vitalità di altri tempi. Ho fatto colazione e sono andato in piscina, con amici e amiche eccellenti e in un ambiente che, per tradizione, mi rende sereno (il blu dell'acqua della piscina trasmette imperturbabilità). Ho pranzato con un gelato e così ho anche evitato i sensi di colpa dei luculliani banchetti della domenica a cui le donne di casa mi hanno abituato.
Parola d'ordine: serenità.

Fare totale affidamento sulle proprie energie, e costruire universi di riferimento in base ad una propria coerente condotta, genera una specie di stravagante set cinematografico, in cui gli oggetti e i soggetti parlanti hanno una propria funzione latente, imprescindibilmente vincolata alla volontà di colui che li ha collocati e che li dirige. Si stabiliscono le regole, si stabilisce cosa è bene e cosa è male, si assegnano ruoli e responsabilità. Si gira, in sostanza, un film che non finisce mai o - meglio ancora - una pellicola vittima della sua stessa ciclicità.
Tutto ciò è perfettamente compatibile con lo stile di vita e l'identità culturale delle persone con una forte sensazione di determinazione sociologica individuale: l'errore calcolabile (o calcolato) non è da considerarsi errore in senso stretto, l' imprevisto è previsto nella scala dei potenziali imprevisti.
Nella mente quasi malata della categoria di queste persone (di cui mi onoro di far parte) sembrano non esistere spazi da colmare, ma solo piccole partiture da completare, a volte quasi a casaccio. Chi, dunque, se non la propria ottusa determinazione (in altre parole, se stessi) è responsabile di questo noioso e ripetitivo teatrino?
Ieri notte ho avuto un'intuizione.
Esistono emotività per le quali sono in grado di rinunciare a me stesso. Di superare me stesso.

"Ma io volevo dirti non mi importa, non importa. Quello che mi prendi, quello che mi lascerai, sono le parole nostre non rubarle mai. Solo le parole nostre...non rubarle mai"
Leggere parole, Perturbazione.