La vita illusa

Scritto da Fabrizio Lagani on . Postato in Blog Decadenza

Ti accorgi che stai invecchiando quando prendi perfetta consapevolezza di essere il fratello maggiore, quando ti sostituisci a tuo padre, quando il regalo più costoso è il tuo, quando tutto gira liscio perchè ci stai mettendo anima, cuore e tutte le risorse possibili.
Oggi si è specializzata/laureata mia sorella, è stato un giorno intenso e commovente, ricco di spiritualità e di dolcezze incomparabili. Sono arrivato a commuovermi, non tanto per l'aver preso coscienza dei miei quasi trent'anni e per l'inizio, spero il più glorioso possibile, dei suoi magnificamente piccoli successi, quanto per il contesto emotivo in cui si è tenuta la sua discussione.

Le laurea in storia dell'arte, all'università "la Sapienza" di Roma, si tengono nel complesso museale che ospita i calchi in gesso di alcune delle sculture più famose del mondo classico. Mia sorella ha fatto una tesi sperimentale sull'approccio dei non vedenti al museo tattile e, per riuscire a rappresentare al meglio la problematica, ha visitato alcuni musei con delle persone non vedenti. Antonio e Luciano, due ciechi ormai diventati suoi amici, sono venuti ad assistere alla sua seduta di laurea. Antonio sono andato a prenderlo io a casa, Luciano è arrivato in ritardo, ed è "entrato" in aula a seduta in corso.

Antonio e Luciano, con la più banale delle semplicità, mi hanno dato la chiave di lettura più intensa per decifrare alcune delle pagine più impegnative che riassumono il senso e la misura della vita. Antonio mi ha chiesto di accompagnarlo al bagno, pensavo fosse un'esigenza e, naturalmente, mi sono prodigato a fargli da scorta lungo gli enormi corridoi pieni di statue. A metà percorso ho capito che era una scusa, perchè ad un certo punto ha rallentato l'andatura e, lontano dalle voci e dagli sguardi che lui non può vedere, mi ha chiesto come fosse vestita mia sorella: "mi dici come è vestita Roberta?". Ho iniziato la descrizione nella maniera più raffinata che le mie capacità lessicali potessero permettermi ma credo di non essere stato particolarmente efficace perchè ad un certo punto mi sono interrotto, non riuscivo a continuare: l'ho abbracciato e sono rimasto con quella terribile sensazione di quando ti manca il respiro, perchè ti rendi conto che tutto quello su cui stai basando la tua esistenza non vale nulla. Assolutamente nulla.

Non è andato più in bagno Antonio e, come due vecchi al ritorno dalla passeggiata nel parco, siamo ritornati all'ingresso del museo, nel "corridoio delle attese". Poi è iniziata la discussione, Luciano, poichè la porta era ormai chiusa, è stato accompagnato da una ragazza dall'altra parte del corridoio, dietro la commissione, diametralmente opposto a mia sorella, che discuteva, e a noi, gli spettatori. Mentre mia sorella spiegava come un cieco viva l'arte figurata attraverso la trasposizione del senso visivo in quello tattile, Luciano toccava la statua di gesso che aveva al suo fianco, immaginando forme, distanze ed emozioni che i miei effimeri occhi mortali non potranno mai vedere e percorrere.
Oggi pomeriggio ho trovato il senso di un intera esistenza nella commovente curiosità di Antonio e nella meravigliosa flessuosità delle mani di Luciano. Oggi ho la favolosa presunzione di sentirmi una persona migliore.

E' difficile spiegare a chi non ha esperienza con il caos perfetto il motivo per il quale adoro la piscina e i trampolini. La piscina, d'estate e all'aperto, è un luogo mediamente molto frequentato, dove domina il cemento, le mattonelle blu e dove, per una "tradizione" scientifica che non sono assolutamente in grado di spiegare, manca sempre quella brezza che caratterizza, invece, la spiaggia. La "mia" piscina domenicale è la perfetta rappresentazione dell'idealtipo weberiano di piscina: c'è l'animazione, la musica, l'acquagym, il vociare dei bambini, il rumore dell'acqua e il calore del cemento.

Il rituale è semplice: il cemento produce calore, dopo 10 minuti di sole inizio a sudare e capisco che è il momento di immergermi in acqua, allora inizio la lenta manovra che mi porterà al superamento della barriera delle logiche geometrie euclidee. Sistemo il costume, lego il laccio per evitare di perderlo (generalmente ripeto quest'operazione due volte) e, con piccoli movimenti, inizio l'approccio al trampolino di gara che ho scelto. Saggio le distanze, verifico che il corridoio sia completamente libero e salgo sulla pedana azzurra. Fletto i quadricipiti, mi rialzo, li rifletto, e abbasso lentamente la schiena fino a toccare le caviglie con le mani.

Guardo in avanti e passo due secondi a concentrarmi perfettamente sul caos intorno a me (il caos perfetto): musica, sudore, voci, urla. Parto come se ci fosse l'omino con la pistola a darmi il via, non sono impeccabile, il mio volo è sciatto e tendo a tenere le gambe sempre troppo aperte ma l'impatto a missile con l'acqua è una delle sensazioni più appaganti che sono in grado di autoreplicare: il caos si trasforma nel più perfetto dei silenzi possibili. E' così che io m'immagino la fine di tutte le cose, come un passaggio prevedibile e al tempo stesso eccellente dal caos al nulla. Dal rumore ingombrante al silenzio assoluto.

Nel frattempo ho scoperto che ci sono silenzi che fanno male più di mille universi di parole, ma questa è tutta un altra storia. Patetica.

"...dove il giorno ferito impazziva di luce".
Amsterdam, Diaframma