Il lavoratore

Scritto da Fabrizio Lagani on . Postato in Blog Decadenza

Poco importa che sia sabato e che, comunque, non avrei lavorato. Quest'anno, per la prima volta, festeggio integralmente e giustificatamente la festa dei lavoratori. Sono soddisfatto del mio lavoro, sono soddisfatto del mio capo (avete presente un buon padre di famiglia?) e sono iper-soddisfatto di Simone, il più giovane dei miei colleghi, con il quale condivido un quasi identico e recente passato sentimentale e un retroterra culturale che va da Mario Brega ("signò, sta mano pò esse fero e pò esse piuma...oggi è stata piuma") al miglior trash targato Italia.


Il resto è immutato. Ho addirittura l'impressione che si stia trasformando in "immutabile" perché, per quanto io mi impegni a dare delle forti sterzate, a rompere consolidate certezze e a mettere in discussione i più radicati e delicati rapporti di forza che sovrastano l'ordine che, nel tempo, ho dato alle cose, nulla sembra concretamente evolversi. Se è vero che il lavoro assorbe molte ore nei giorni che vanno da lunedì a venerdì, lasciando poco spazio al resto dei possibili mondi, è vero pure che, nei momenti liberi, combatto ancora con i soliti, noiosi, logorroici fantasmi di sempre. C'è di più: i cattivi pensieri si sono geneticamente evoluti e, come dei virus, si sono rapidamente mutati ed adattati ai nuovi contesti sociali in cui sono stati, da un giorno all'altro, catapultati. Sono sempre loro ma in un humus differente; hanno armi nuove ma colpiscono sempre allo stesso punto, perché non sono mai soddisfatti dei danni che creano, fanno il vuoto attorno e sterilizzano tutto quello che trovano. Sono i miei principali avversari: a volte vincono loro, a volte vinco io, altre volte finisce in parità. Quello che ho capito, in definitiva, è che il mio umore è direttamente proporzionale al risultato di questa battaglia interna e silenziosa.
E' ovvio, tuttavia, che il mio umore non incide sugli eventi, almeno non in maniera diretta. Se, pur essendo al massimo della forma (come in questi giorni), le situazioni e le opportunità non concludono il loro auspicato processo di maturazione posso fare veramente molto poco. Getto la spugna e inizio un serio processo di collaborazione con i fantasmi di cui sopra. Penso al mio passato, alle cose che non ho più e agli eventi che non riesco più a dominare perché non sono sotto il mio controllo. Non è il solito disperato tuffo nel passato, è una specie di collaborazione positiva e propositiva, uno sguardo al futuro con gli occhi nostalgici del passato, perché è vero che "un tempo era semplice".
Mi chiedo se sono più legato alle cose o ai ricordi che queste hanno scritto su di me, mi chiedo se, un giorno, mi capiterà qualcosa di talmente sconvolgente da allentare e spezzare questo cordone ombelicale o se resterò, per tutta la vita, prigioniero e schiavo del passato. Nessuna delle due ipotesi è la peggiore, perché quello che maggiormente temo, di questi tempi, è un futuro in cui non avrò nulla da dire alle persone che mi circondano e, inesorabilmente, a me stesso. E' un futuro di silenzi di noie, è una non-possibilità che con tutte le forze terrò lontana da me e dalle persone a me care.
"Se telefonando io potessi dirti addio ti chiamerei, se io rivedendoti fossi certa che non soffri ti rivedrei, se guardandoti negli occhi sapessi dirti basta ti guarderei..."