Stazione eleganza

Scritto da Fabrizio Lagani on . Postato in Blog Decadenza

In altri momenti della mia vita ho avuto la presunzione fatale di definirmi un infinito creativo. Pensavo di essere capace di produrre qualcosa che fosse un'idea realmente innovativa, un libro sulla storia di un personaggio che abita nel mio cervello, una raccolta di pezzi composti con sontuosa lentezza durante questi ultimi 10 anni, un olio su tela o un più banale racconto degno di nota. Niente. Di tutti i progetti potenziali che mi illudevo di possedere latenti nelle mie mani non è rimasto che il titolo che avrei dato alle cose: "Stazione eleganza". L'inizio e la fine di un viaggio nella memoria delle cose che il tempo non ha il coraggio di trasformare, perchè ci sarà sempre qualcuno in grado di raccontarle (di visualizzarle, di leggerle), perchè rimarranno immutate nella loro persistente e seducente eleganza.

La vita nelle realtà sociali complesse impone dei doveri di relazione che prescindono, per loro stessa natura, da un'intima presa di coscienza individuale. Ritornare a congetturare su se stessi in quanto individui che sono "altri" per gli altri complica ancora di più le cose e pone un'interessante questione sulle sembianze fisiche e psicologiche che offriamo a coloro i quali interagiscono quotidianamente o, ancora peggio, occasionalmente, con noi.

Quello che rende quest'esercizio inconsueto è il fatto che ognuno di noi è solito percepire se stesso come una realtà mentale e si abbandona a considerare tutti gli altri come delle realtà fisiche, alcune volte elementari, altre volte complesse, ma quasi sempre solo fisiche. Qualche giorno fa mi sono posto l'inutile problema di capire che modello di persona potevo apparire agli occhi di tutti quelli che interagiscono con me: che colore ha la mia voce, come vengono percepiti i miei gesti, che impatto ha il rumore del tono delle mie parole, come la mia vita apparente possa (o non possa) imprimersi nella memoria visiva dell'interpretazione degli altri.

Non riesco a uscire da me stesso e, pertanto, non ho la facoltà e la capacità di vedermi dall'esterno. Occorrerebbe un'altra coscienza, un'altra anima, un punto di vista talmente esterno da non essere più mio. D'altra parte faccio perfino fatica a vedermi ritratto in alcune foto del passato, butto i vestiti vecchi perchè sento che non possono essermi appartenuti, ho pudore nell'ascoltare la mia voce registrata, quell'eco lontano di inflessione dialettale meridionale. Non riesco a vedere oltre la nebbia plumbea che avvolge completamente la coscienza che ho di me.

Il silenzio, a volte, è perfetto meta-pensiero allo stato puro. Andrea, un collega più attento e piacevolmente più invadente degli altri, mi chiede se dietro il mio sovrappensiero (la cui manifestazione esteriore è certamente il silenzio) si nascondano non meglio precisati problemi (che nel linguaggio di tutti i giorni definiremo "rodimenti di culo"). Apprezzo lo sforzo e la disponibilità all'indulgenza, ma non ho sufficiente pazienza, né probabilmente voglia, di spiegargli che un amore immenso muove vorticosamente tutti gli universi in costante espansione nel mio cervello. I neuroni, nella loro incessante e vorticosa sintesi della serotonina (C10H12N2O), trasportano ogni mia più intima essenza verso paradigmi emozionali un tempo inimmaginabili. Il senso della vita, in certi meravigliosi giorni, è nel sorriso che le labbra non hanno la presunzione di contenere. Il resto è disordine. E non ci appartiene.